GLOSSARIO



Questo piccolo glossario dei termini tecnici organari vuole essere un essenziale e immediato sussidio per chi ha poca o nessuna dimestichezza con l’organo antico. Esso, che stato pubblicato nell'opuscolo Terra d'organi, contempla solo le “voci” principali, trattate inoltre in modo semplice e conciso; chi volesse più dettagliate informazioni, può riandare all’unico manuale sull’organo attualmente in commercio: C. Moretti, L’organo italiano, Milano, Eco, 1987, terza ed. (aggiornamento, note e bibliografia di E. Consonni e A. Sacchetti), nonché alla voce Organo (a firma di L. F. Tagliavini), in Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei Musicisti/ Il Lessico, Torino, Utet, 1983-84, vol. III, pp. 477-489 ed alle altre “voci” minori, corrispondenti ai vari termini tecnici, presenti nei quattro volumi dello stesso lessico.



Accordatura: è più facile ed immediato definire l’accordatura mettendola in relazione al corista e al temperamento. Per corista o diapason si intende la nota di riferimento sulla quale oggi, per convenzione internazionale, si basa l’accordatura assoluta di tutti gli altri suoni, sia degli strumenti musicali sia della voce umana; corrisponde alla frequenza della nota La3, stabilita in 440 Hertz alla temperatura di 20° C (conferenza di Londra, 1939). Per ottenere tale suono si usa il piccolo strumento acustico a forchetta chiamato, appunto, “diapason”. Gli organi antichi hanno generalmente un corista più basso di quello attuale, quelli molto antichi (Quattro-Cinquecento) più alto. Fino agli ultimi decenni dell’800, il diapason non era uguale dappertutto: variava secondo l’epoca, le tradizioni locali e il genere musicale. Ciò poteva creare inconvenienti soprattutto quando agli strumenti ad accordatura fissa (tra cui l’organo) si accompagnavano la voce e/o altri strumenti. L’accordatura è la progressione delle note di uno strumento, che deve essere il più possibile armonica, in modo che l’orecchio umano la riconosca come tale. Per accordare uno strumento si usa in genere l’intervallo di quinta: partendo ad es. dal nostro La, su di esso si accorda la quinta ascendente La-Mi, quindi su quest’ultima nota la quinta Mi-Si, poi Si-Fa#, e così via; oppure dal La si accorda la quinta discendente La-Re, quindi su quest’ultima nota l’altra quinta discendente Re-Sol, ecc., fino ad accordare tutte le note: alla fine però le varie note non risulteranno perfettamente accordate in relazione alle loro ottave: ad es., il Do non sarà accordato con un altro Do più acuto, ma quest’ultimo risulterà eccedente di un piccolissimo intervallo chiamato “comma pitagorico”. Ecco allora che, per eliminare questo inconveniente, entra in gioco il temperamento. Per far sì che le progressioni per quinta delle varie note non compromettano quelle per ottava, è necessario togliere ad ogni intervallo di quinta quel minimo che basta perchè alla fine... i conti tornino. Questo, in parole semplici, è il temperamento. Esistono vari tipi di temperamento, a seconda delle epoche, dei luoghi e delle speculazioni di teorici e fisici acustici: se le quinte vengono ristrette tutte allo stesso modo avremo un temperamento “equabile” come quello moderno o come quello antico detto “del tono medio”, che privilegia gli intervalli di terza maggiore; se invece le quinte vengono corrette in maniera disuguale, si avrà un temperamento “inequabile” come quelli che si sono avvicendati nel Sette e Ottocento.


Canne: tubi entro i quali la colonna d’aria, messa in vibrazione, produce suoni di altezza determinata: ciascuna canna emette una sola nota musicale. Le canne possono essere sia metalliche (stagno, piombo, lega, ecc.) a sezione circolare, sia lignee a sezione quadrangolare (quelle dei Contrabbassi e dei Bassi, ma anche le note più gravi di Principale, Ottava o di particolari registri), sia, eccezionalmente, di altri materiali (cartone, pergamena, ecc.). Per la loro struttura e il diverso modo di produrre il suono, sogliono distinguersi in due gruppi fondamentali: A) canne ad anima; B) canne ad ancia. A) Le canne ad anima (dette anche labiali) sono costituite da tre parti: il corpo, che è la parte superiore della canna, la cui lunghezza è in relazione con l’altezza del suono prodotto; il piede (da non confondere con l’omonima unità di misura: v. sotto alla voce) , che è la parte inferiore della canna, costituito da un cono con il vertice forato rivolto verso il basso, la cui lunghezza non ha alcuna influenza sull’altezza del suono, in quanto esso serve a condurre l’aria entro il corpo, al quale si salda con la sua base; la bocca, apertura generalmente rettangolare, risultante di un insieme di parti determinanti per la produzione del suono: essa consta di un labbro inferiore appartenente al piede, di un labbro superiore ricavato nel corpo, e dell’anima, che è un diaframma saldato tra il piede e il corpo, eccettuata la larghezza della bocca stessa, per cui ne risulta una fessura detta luce posta al livello del labbro inferiore, che stabilisce la comunicazione dell’aria tra piede e corpo. Nelle canne di facciata il piano dei labbri è appiattito e addentrato nel corpo: esteticamente rilevante è soprattutto il labbro superiore, variamente sagomato (“a scudo” o “a mitria”, in quest’ultimo caso sormontato oppure no punti o altri elementi decorativi realizzati a sbalzo). Si parla di canne mute per le canne non suonanti (prive di anima o, benché dotate di questa, non suonanti per la posizione); quando vi sono, esse sono poste in facciata, per esigenze estetiche o di simmetria della stessa. B) Le canne ad ancia, dette più semplicemente ance, sono anch’esse costituite da tre parti: il piede, che ha pressoché la stessa forma di quello delle canne ad anima, di cui assolve le medesime funzioni; esso può essere sostituito da uno zoccolo portavento di legno su cui s’innestano direttamente le canne (ciò avviene regolarmente per le ancie poste in facciata); il blocco dell’ancia, che costituisce la parte centrale e più importante, a sua volta formato da più elementi: dal canaletto (generalmente d’ottone), dall’ancia (linguetta vibrante d’ottone laminato che, battendo sui bordi del canaletto, produce il suono: normalmente, infatti, le ance dell’organo sono battenti e non libere), dall’accordatore (gruccia metallica che serve a regolare la lunghezza della porzione vibrante dell’ancia), il tutto fissato su una noce di piombo; la tuba (detta anche risuonatore) saldata o innestata alla noce, che normalmente è metallica (ma può essere di legno o d’altro materiale; è di stagno quando il registro si trova in facciata) e delle fogge e lunghezze più varie, la cui funzione è quella di amplificare e caratterizzare timbricamente il suono prodotto dall’ancia.


Cassa: custodia lignea entro la quale è contenuto l’organo, con tutti i suoi elementi (materiale fonico e parti meccaniche). Essa assolve a una funzione sia acustica, per la formazione e l’amplificazione del suono, sia architettonica: il suo prospetto è sempre più o meno riccamente ornato, e – attraverso gli elementi stilistici – spesso costituisce un utile elemento per la datazione dell’organo.


Crivello: sottile piano di legno, di cuoio o di cartone disposto parallelamente al somiere maestro, su cui sono praticati fori per sostenere il grosso delle canne metalliche interne in posizione perpendicolare al somiere stesso.


Mantici: apparecchiature atte ad aspirare e a comprimere l’aria da inviare ai somieri. Nell’organo antico essi sono due o più, normalmente a forma di cuneo (le tavole lignee si aprono a ventaglio, unite da stecche tenute insieme da pieghe di pelle, come in un soffietto); nel modello “a lanterna”, più recente, le tavole sono tra loro parallele e una o più pompe sottostanti producono l’aria che viene immagazzinata nel serbatoio. L’azionamento manuale avviene attraverso corde e carrucole o stanghe, manovelle e congegni simili.


Ottava corta (detta anche “scavezza” o “in sesta”): sistema usato negli antichi strumenti da tasto limitatamente alla prima ottava di tastiera e pedaliera, che si presenta priva di alcuni suoni cromatici: il tipo più ricorrente è quello che omette i primi quattro semitoni cromatici (Do#, Re#, Fa#, Sol#) e fa corrispondere agli apparenti tasti Mi, Fa# e Sol# rispettivamente le note reali Do, Re e Mi.


Pedaliera: tastiera suonata con i piedi, dove i tasti si presentano corti, tra loro paralleli ed inclinati; per questo essa è detta “a leggìo”. Nell’organo antico la pedaliera è sempre meccanicamente unita alle corrispondenti note gravi della tastiera, in quanto i tasti del pedale trascinano con sé quelli del manuale.


Piede: unità di misura lineare delle canne d’organo, corrispondente a circa cm. 32,5. Nella nomenclatura organaria è normalmente espresso da una cifra araba con un apice in alto (es. Principale 8’). La classificazione dell’altezza di un registro è data dalla lunghezza, misurata appunto in piedi, della sua prima canna: Principale 8’ vuol dire che la canna risuonante sulla prima nota della tastiera, il DO1, ha il corpo lungo 8 piedi (circa m. 2, 30, per l’incidenza del cosiddetto coefficiente di correzione, che diminuisce la lunghezza di un tubo sonoro munito di imboccatura, quale la canna d’organo, di una parte proporzionata al suo diametro).


Registro: propriamente la fila di canne di timbro omogeneo corrispondente al nome convenzionale sul dispositivo che ne comanda l’inserimento; per metonimia anche il solo comando (tirante o manetta) che serve ad inserire la fila di canne. Tra le molte classificazioni dei registri, divisi in varie “famiglie”, ne proponiamo una semplice, usata dagli stessi organari dei secoli scorsi: quella che distingue i registri “di pieno” e i registri “di concerto”. Appartengono alla prima categoria: il Principale, il registro più importante dell’organo (da cui il nome), generalmente di 8’, su cui si fonda l’intiero edificio sonoro, amplificato dalle varie file di ripieno, dall’Ottava in poi (v. Ripieno) e i registri al pedale (i Contrabbassi 16’ e i loro eventuali rinforzi); appartengono invece alla seconda categoria quei registri che hanno una fisionomia particolare, tendenti ad imitare strumenti dell’orchestra (con timbri convenzionalmente stilizzati) o a produrre effetti caratteristici, come il Tamburo (v.) e l’Usignolo (v.). All’interno del gruppo vastissimo e vario dei registri “di concerto”, si possono operare ulteriori distinzioni in base al modo di produzione del suono, alla misura delle canne, ecc. Registri “di concerto” labiali (o ad anima) sono sia quelli della famiglia dei flauti (come il Flauto in VIII di 4’, il Flauto in XII di 2,2/3’, la Cornetta di 1,3/5’ nei soprani, questi due ultimi detti anche registri di mutazione semplice, perché danno un intervallo armonico “mutato”, rispettivamente in quinta e in terza, rispetto al suono fondamentale); sia quelli cosiddetti oscillanti, come la Voce umana (registro di 8’ nei soprani le cui canne, accordate leggermente crescenti o calanti – quest’ultima è la modalità tipica della scuola veneta – rispetto a quelle del Principale, registro cui va costantemente unito, generano un suono instabile e vibrante in virtù del fenomeno acustico dei battimenti); sia quelli ad ancia battente, come i Tromboncini di 8’ alla tastiera e i Tromboni di 8’ alla pedaliera, solo per citare i più comuni (le fogge delle tube delle ance sono le più varie: ricordiamo qui quella dei Tromboncini, ance a tuba corta, costituita da un tronco di piramide rovesciato sormontato da un piccolo padiglione ad imbuto, largamente praticato dagli organari di scuola veneta). Molti registri “di concerto”, sia labiali sia ad ancia, si presentano spezzati in Bassi e Soprani: tale divisione in due sezioni del manuale, inseribili ciascuna mediante un proprio dispositivo di comando, aumenta le possibilità combinatorie, ovviando – in un certo modo – alle limitazioni imposte dalla tastiera unica.


Ripieno: risultato della sovrapposizione dei registri della famiglia del Principale, accordati sulla base dei successivi suoni armonici di ottava e quinta (negli organi antichi italiani la presenza dell’armonico in terza è un fatto eccezionale). La piramide fonica che ne risulta, sulla base del Principale 8’ è, di norma, la seguente: Ottava 4’, Decimaquinta 2’ Decimanona 1,1/3’, Vigesimaseconda 1’, Vigesimasesta 0,2/3’, Vigesimanona 0,1/2’, Trigesimaterza 0,1/3’, Trigesimasesta 0,1/4’.


Somiere: cassa di legno a pianta rettangolare, spesso costituita da varie tavole sovrapposte (la più esterna, allora, si chiama coperta), nella quale viene immessa l’aria prodotta dai mantici per essere opportunamente distribuita alla canne su di essa innestate. All’interno del tipo generale di somiere “a canale per tasto” (contrapposto al più moderno somiere “a canale per registro”), quello praticato nell’organo antico, si può avere – a seconda delle particolarità costruttive e tecniche – sia il somiere “a tiro”, sia il somiere “a vento”. Nel somiere a tiro, quello più comune e facile da costruire, vi sono tanti canali quanti tasti, perpendicolari alle file longitudinali dei vari registri, sotto i quali corrono – anch’esse nel senso della lunghezza – le stecche dei registri, regoli di legno muniti di fori che, fatte scorrere attraverso un sistema di leve collegate ai comandi dei registri, permettono l’afflusso dell’aria alle canne degli stessi, grazie alla coincidenza dei fori su di esse praticati con quelli su cui risultano impiantate le canne medesime. Nella parte anteriore il somiere ha uno scomparto longitudinale, apribile, detto secreta, dove sono collocati i ventilabri, valvole che, comandate dai singoli tasti, regolano l’afflusso dell’aria dalla secreta ai canali dei tasti. In organi di medie dimensioni, sono generalmente presenti almeno due somieri: il somiere maestro, posto sopra la tastiera, che regge su di sé tutte le canne dei registri della tastiera e il somiere di basseria, che alloggia le canne dei registri della pedaliera.


Tamburo: effetto particolare ottenuto acusticamente facendo risuonare simultaneamente due o più canne di basseria tra loro dissonanti (ad es. La-Sib-Si oppure Do#, Mib, Fa#, Sol#); ciò avviene attraverso un meccanismo azionabile per mezzo dell’ultimo tasto della pedaliera o attraverso un tirante a mano nel quadro dei registri. Il Tamburo acustico non va confuso con la Grancassa che, quando è presente (in organi ottocenteschi), è un vero e proprio registro a percussione.


Tastiera: l’insieme dei tasti diatonici e cromatici azionabili con le mani dall’esecutore (infatti, è detta anche manuale); nell’organo antico essa si presenta “a finestra”, incassata in un riquadro ricavato nella parte inferiore della cassa dell’organo, sotto il prospetto. La tastiera (di legno di bosso, di osso, ebano, ecc.) è artisticamente lavorata, con i frontalini dei tasti diatonici intagliati “a chiocciola” ed, a volte, con i tasti cromatici arricchiti da qualche riporto intarsiato. Anche i modiglioni laterali, generalmente di noce, sono elegantemente sagomati o intagliati, mentre sul listello frontale – a volte – si può leggere il nome dell’autore. Di regola, l’organo antico ha una sola tastiera, ma furono anche costruiti – eccezionalmente – organi doppi, cioè a due tastiere, azionanti ciascuna un distinto corpo sonoro: il grand’organo quella superiore e il secondo organo (o positivo) quella inferiore.


Tiratutti: accessorio comandato da manovella, tirante o pedaletti a bilanciere, che consente di inserire contemporaneamente tutti i registri di ripieno (generalmente agisce dall’Ottava in poi).


Trasmissioni: complesso sistema meccanico, costituito da fili metallici, catenacci, leve, sbarre, squadrette, tavole di riduzione, ecc. che consentono di trasmettere i movimenti dei tasti ai ventilabri e dei vari comandi (tiranti, manette, ecc.) ai registri e agli accessori. Tra Otto e Novecento viene introdotta la trasmissione pneumatica, nella quale il movimento è comandato – per mezzo di complicati e delicati sistemi di manticetti e valvole – da aria compressa che corre attraverso tubicini di piombo.


Usignolo: accessorio di colore che imita il canto dell’omonimo uccello (a volte è più genericamente detto Uccelliera), costituito – nella sua forma più comune – da tre o quattro piccole canne labiali rovesciate entro una vascetta da riempirsi d’acqua fino all’altezza della bocca delle canne stesse; il soffio d’aria a pelo dell’acqua dà il caratteristico suono, da usarsi in brani di carattere imitativo, elegiaco o pastorale.