Pagina aggiornata il 08/02/2011

PREMESSA

Bisogna anzi tutto definire un organo storico: anche se è intuitivo, la vigente legge [d.l. n. 490 del 1999, art. 3, comma f] definisce come beni storici soggetti a tutela "i beni e gli strumenti di interesse per la storia della scienza e della tecnica aventi più di cinquanta anni", ma non fornisce altri criteri1.

Nelle pagine che seguono, più che seguire rigidamente il criterio del d.l. 490/99, ho inserito in ordine alfabetico le schede degli organi più antichi e di maggior interesse artistico; in fondo c'è un breve elenco degli strumenti restanti, di più recente costruzione, che non vengono presi in esame salvo che non inglobino materiale antico; nell'elenco degli strumenti moderni non compaiono quelli privati.

Dato che tutti gli strumenti storici descritti sono collocati in chiese, approfitto di questo spazio per entrare brevemente in un'annosa questione, cioè se sia più giusto anteporre il valore storico-artistico degli organi od il loro utilizzo in chiave liturgica: secondo me, le due cose possono essere conciliate con un po' di adattamento e piccoli accorgimenti2 da parte degli organisti... Non si giustificano quindi, in fase di restauro, interventi di modifica non rispettosi della storicità degli organi che, essendo tutelati dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali tramite la Soprintendenza per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico, vanno considerati opere d'arte a tutti gli effetti. Qualora lo strumento antico non risponda alle proprie esigenze, è preferibile acquistare uno strumento moderno (magari di seconda mano oppure elettronico campionato) che deturpare irreversibilmente un'opera d'arte3.

Analizzando la tipologia degli organi storici di Macerata, si nota subito la preponderanza degli strumenti del veneziano Gaetano Callido, che ha collocato in questa città ben sette strumenti di cui due, con le soppressioni degli ordini religiosi, finiti in altre località; in compenso uno strumento callidiano di un'altra località è stato collocato in Macerata. Sono purtroppo scomparsi gli strumenti preesistenti dato che Callido non praticava, all'epoca, il restauro storico (talvolta ritirava i materiali del vecchio organo come parte del pagamento, per poi riutilizzarli). Anche il rodigino Andrea Gennari, della stessa scuola organaria veneta neoclassica, ha collocato in Macerata due strumenti4.
Sono presenti altresì tre strumenti della "scuola di Montecarotto": il piccolo strumento di S.Michele [il più antico reperto di questa scuola ed anche della città, del 1706] e gli strumenti delle chiese di S.Giorgio e di S. Filippo [quest'ultimo pesantemente modificato], più tardi. Attribuibile ai romani Priori lo strumento della chiesa dell'Immacolata, databile nella prima metà dell'Ottocento, proveniente da altra chiesa imprecisata.
Nei primi anni Novanta è stato acquistato da una parrocchia un positivo di scuola toscana, mentre recentemente è stato acquistato da un privato un positivo napoletano, costruito da Francesco Cimino nel 1780.
In conclusione, la maggioranza degli strumenti sopravvissuti è di scuola veneta, marchigiana o marchigiano-veneta5, cosa che accade anche nel resto della regione. Sono stati operati negli ultimi venticinque anni cinque restauri radicali, mentre i positivi sono stati acquistati già restaurati.

STRUMENTI COSTRUITI RECENTEMENTE
[salvo diverse indicazioni, a trasmissione elettrica]

Basilica Misericordia

Ditta Inzoli, 1951

Salesiani

F.lli Ruffatti, 1954 ca.

S. Francesco

Zanin Gustavo, 1985 [a trasmissione mista elettro-meccanica]

Ss. Sacramento [Cappuccini]

Ditta Girotto, 1994

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1 Il restauro di un organo antico pone invece problematiche molto complesse: cf. N. WAANDERS, The restoration of pipe organs: some reflections on theory and approach, in «Recercare», IX, 1997, di cui è anche disponibile on line una traduzione.
2 I pretesti addotti più frequentemente per giustificare l'aggiunta di una consolle elettrica ad un organo antico sono: la lontananza della cantoria dall'assemblea e/o la ridotta estensione di tastiera e pedaliera, quasi sempre con prima ottava corta o "scavezza". Ribatterò al primo punto suggerendo di aggiungere un altoparlante in cantoria, collegato con l'impianto di amplificazione: l'organista accompagnerà agevolmente anche dalla cantoria. Al secondo punto ribatterò che, se non è possibile suonare brani con molte alterazioni in chiave, è possibile però renderli suonabili trasportandoli mezzo tono sopra o sotto: ciò è anche opportuno se si debbono accompagnare canti, dato che il corista (diapason) di questi strumenti è in genere più basso di quello moderno e il temperamento, generalmente inequabile, rende le tonalità con molte alterazioni brutte all'ascolto. In definitiva, quindi, un organo antico è pienamente utilizzabile anche in chiave liturgica (vds. anche il parere di altri illustri organologi).
3 Non si contano i danni provocati dagli eccessi della riforma ceciliana, uniti ad una logica di tipo industriale che pervase l'arte organaria di quegli anni: caratteristici registri antichi, costruiti artigianalmente, sono stati barbaramente smantellati per lasciare il posto a file di canne di zinco rivestite di porporina, costruite in serie... Tromboncini, Violoncelli, Fagotti, Trombe, Cornetti e via dicendo sono stati rimpiazzati da Viole, Dulciane, Salicionali e Voci Celesti o Angeliche di mediocre fattura industriale. Ovviamente, per inserire simili registri (di tutt'altra concezione), sono stati grossolanamente modificati pressione dell'aria, intonazione, corista e temperamento di molti organi antichi, snaturandoli in modo a volte irreversibile. Per contrastare questi barbari comportamenti nacque in Germania, intorno agli anni Venti-Trenta del Novecento, un movimento di opinione chiamato Orgelbewegung che, dagli anni Cinquanta in poi, si diffuse anche in Italia: è così che, grazie anche alle Soprintendenze ai Beni Storici ed Artistici, si è affermata la pratica del restauro storico-filologico, che intende ripristinare o recuperare senza compromessi le caratteristiche strutturali e sonore degli strumenti antichi.
4 Si pensa che Andrea Gennari abbia dimorato e impiantato bottega a Macerata intorno agli anni 1828-40 anche se, finora, non è stata condotta nessuna ricerca in proposito: in quegli anni infatti costruì a Macerata due strumenti (S. Filippo, ora in S. Maria delle Vergini, e S. Caterina, ora in S. Stefano), oltre ad aver collocato in S. Maria della Porta l'organo Callido proveniente dal Monastero di S. Maria Maddalena in Serra de' Conti (AN); furono effettuati anche un paio di anonimi trasporti di strumenti maceratesi (S. Paolo da S. Maria delle Grazie, all'interno di S. Giovanni dal presbiterio al 'piedicroce'). Sono stati rinvenuti, inoltre, documenti autografi del Gennari nella cui data compare, come luogo di emissione, Macerata (cortese informazione di Paolo Peretti). Infine un tal "Ginari di Macerata" effettuò, nel 1838, un lavoro di manutenzione all'organo Callido di S. Giustina in Mondolfo (PU), cfr. S. FRABONI, Regesto degli organi antichi della diocesi di Senigallia, in «Studia Picena», LXIX (2004), pp. 265-321:282.
5 Il termine "scuola marchigiano-veneta" significa che, dalla seconda metà del Settecento, le famiglie organarie marchigiane adattarono i loro schemi costruttivi al clichèt della scuola neoclassica veneta nacchino-callidiana: cf. F. QUARCHIONI, La scuola organaria marchigiana tra Roma e Venezia, in «Quaderni musicali marchigiani», 1 (1994), pp. 203-211.